martedì, Ottobre 13, 2026

Morbillo, Pennsylvania segnala sesto morto: 39enne con patologie e già infettata di recente

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Yemen, gli Houthi e il conflitto difficile da contenere: poche opzioni per l’Arabia Saudita

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Meloni non molla la presa sull’energia, pressing su Ue per flessibilità: “Italia in Europa non per dire solo sì”

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L’Italia perde giovani imprenditori della moda 

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Fornitori preferiscono marchi consolidati. Barriere generazionali frenano l’innovazione nel settore tessile italiano

Il settore della moda italiana sta attraversando una crisi profonda che va oltre i numeri delle vendite, registrando nel 2023 un calo medio del 2,7% secondo il Fashion Retail Report di Federazione Moda Italia-Confcommercio. Il vero problema emerge dall’analisi demografica imprenditoriale: tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso 193mila imprese giovani guidate da under 35, con oltre 87mila di queste perdite concentrate nel Mezzogiorno, come riportato da Confcommercio.

La difficoltà principale che i giovani imprenditori del settore moda devono affrontare non riguarda solo l’accesso al credito o la burocrazia, ma la mancanza di fiducia da parte dei fornitori italiani. Federico Provenza, fondatore del brand Pside e giovane designer siciliano trasferitosi a Milano, racconta la sua esperienza diretta: ‘I fornitori stessi, sia per quanto riguarda i tessuti sia per quanto riguarda anche le semplici cinghie o qualsiasi cosa, non danno fiducia ai giovani. Già direttamente partono col presupposto che sia una presa in giro, senza dare neanche la giusta attenzione’.

Questa mentalità discriminatoria verso i giovani imprenditori sta creando un circolo vizioso che impedisce il ricambio generazionale in un settore dove circa il 76% delle aziende italiane di moda con un fatturato superiore ai 20 milioni di euro è di proprietà familiare, secondo il CDP Brief sul settore moda italiano. La concentrazione della proprietà nelle mani di famiglie consolidate, unita alla diffidenza verso i nuovi entranti, sta soffocando l’innovazione.

Provenza, che ha lanciato il suo brand dopo essersi laureato in un’Accademia di moda milanese, spiega: ‘La moda è un mondo in cui se sei nella corsia preferenziale puoi andare, se non ci sei, non vai da nessuna parte. Molti fornitori che non mi avevano precedentemente considerato mi hanno contattato quando ho fatto un po’ di storia, ma questa mentalità è sbagliata’.

Il problema non si limita ai fornitori di tessuti, ma si estende all’intero ecosistema della moda italiana. I giovani designer si trovano costretti a cercare alternative, spesso rivolgendosi a fornitori più piccoli o a realtà emergenti come loro. ‘Ho dovuto appoggiarmi a diversi fornitori che erano già piccoli imprenditori in modo tale da poterci sostenere’, racconta Provenza, evidenziando come si stia creando un mercato parallelo di giovani che si supportano reciprocamente.

La situazione è paradossale se si considera che l’Italia è riconosciuta a livello mondiale per l’eccellenza nella moda e nel tessile. Tuttavia, questa leadership rischia di essere compromessa dalla mancanza di ricambio generazionale e dall’atteggiamento conservatore del settore. ‘Questa mentalità fuori dall’Italia non esiste, è soltanto in Italia che c’è questo appoggio a qualcosa che deve essere necessariamente fatto da una persona che non inizia ora, ma che abbia già una storia’, osserva il giovane imprenditore.

Le conseguenze di questa chiusura si riflettono anche sulla capacità di innovazione del settore. I giovani designer, portatori di nuove visioni e approcci, si trovano spesso costretti ad abbandonare i loro progetti o a cercare opportunità all’estero. Provenza stesso ha dovuto sviluppare strategie alternative, creando due linee di prodotto – una haute couture e una prêt-à-porter – per educare il mercato e rendersi accessibile a diverse fasce di clientela.

Il caso di Pside rappresenta un esempio di come i giovani imprenditori stiano tentando di superare queste barriere attraverso l’innovazione nel modello di business. ‘Bisogna educare il cliente, devi provare a formare le persone facendo capire che se vuoi la qualità non la puoi pagare 5 euro, però certamente ti puoi appoggiare a una collezione e riesci ad averla, pagando 40’, spiega Provenza, descrivendo la sua strategia per competere con il fast fashion mantenendo la qualità del made in Italy.

La formazione accademica, pur essendo di alto livello dal punto di vista creativo, non prepara adeguatamente i giovani agli aspetti imprenditoriali. ‘All’accademia ti insegnano semplicemente quello che è il nostro stile e come poterlo portare avanti, ma molte cose come la gestione di un brand, il marketing, non sono per niente spiegate’, racconta

Provenza, evidenziando un gap formativo che aggrava le difficoltà dei giovani imprenditori. La strada verso il cambiamento passa necessariamente attraverso un ripensamento dell’approccio del settore verso i giovani talenti. È necessario che i fornitori italiani comprendano che investire sui giovani designer non significa solo sostenere singole iniziative imprenditoriali, ma garantire il futuro stesso dell’eccellenza italiana nella moda. Solo attraverso un cambio di mentalità che privilegi il merito e l’innovazione rispetto alla sola storia consolidata, il settore potrà invertire il trend negativo e tornare a crescere.

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