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Nove anni di spionaggio, hacker e minacce: la “guerra” di Israele contro la Corte penale internazionale

MondoNove anni di spionaggio, hacker e minacce: la “guerra” di Israele contro la Corte penale internazionale

ROMA – Per nove lunghissimi anni Israele ha condotto una “guerra” segreta alla Corte penale internazionale (CPI). Combattuta con armi non convenzionali: spionaggio classico, pirateria informatica, minacce dirette e indirette ai suoi funzionari di alto livello. Ha schierato le sue agenzie di intelligence per sorvegliare, fare pressioni e intimidire la Corte nel tentativo di far deragliare le sue indagini sui crimini di guerra a Gaza. Lo svela un’inchiesta internazionale portata avanti dal Guardian e delle riviste israeliane +972 e Local Call.

I servizi segreti per anni hanno intercettato le comunicazioni di numerosi funzionari della Corte, tra cui il procuratore capo Karim Khan e il suo predecessore, Fatou Bensouda: telefonate, messaggi, mail e documenti. Una sorveglianza andata avanti anche negli ultimi mesi, che ha fornito al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu informazioni riservate sulle intenzioni del pubblico ministero, compresa la richiesta dei mandati di arresto internazionali per Netanyahu e il leader dell’organizzazione palestinese Hamas, Yahya Sinwar, per crimini di guerra e contro l’umanità.

Netanyahu è descritto da una fonte di intelligence come “ossessionato” dalle intercettazioni. Sotto la supervisione dei suoi consiglieri per la sicurezza nazionale, ha impegnato lo Shin Bet, così come la direzione dell’intelligence militare, Aman, e la divisione di cyber-intelligence, Unità 8200. In particolare un’operazione segreta contro Bensouda è stata condotta personalmente dallo stretto alleato di Netanyahu, Yossi Cohen, che all’epoca era il direttore del Mossad, avvalendosi addirittura dell’aiuto dell’allora presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila.

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L’inchiesta congiunta si basa su interviste con più di due dozzine tra attuali ed ex ufficiali dell’intelligence israeliana e funzionari governativi, figure di alto livello della CPI, diplomatici e avvocati che hanno familiarità con il caso.

Da quando è stata istituita nel 2002, la Corte penale internazionale svolge il ruolo di tribunale permanente di ultima istanza per il perseguimento di alcune delle peggiori atrocità del mondo. Ha promosso accuse all’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, il defunto presidente libico Muammar Gheddafi e, più recentemente, contro Vladimir Putin. Israele, come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, non ne è membro.

L’operazione israeliana però viene da lontano: dura da quasi un decennio, una vera e propria offensiva preventiva cominciata nel gennaio del 2015, quando fu confermato che la Palestina si sarebbe unita alla Corte dopo essere stata riconosciuta come Stato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite. L’adesione fu condannata da Israele come una forma di “terrorismo diplomatico”.

Nell’inchiesta il Guardian racconta anche degli avvertimenti consegnati “a mano” alla ex procuratrice capo della Corte, Fatou Bensouda, un rispettato avvocato gambiano eletta nel 2012. Il 16 gennaio 2015, poche settimane dopo l’adesione della Palestina, Bensouda ha avviato un esame preliminare su quella che nel linguaggio legale della corte veniva chiamata “la situazione in Palestina”. Il mese successivo, due uomini che erano riusciti a ottenere l’indirizzo privato del pubblico ministero si presentarono a casa sua, all’Aia. Dissero di voler consegnare a mano una lettera a Bensouda, a nome di una donna tedesca sconosciuta che voleva ringraziarla. La busta conteneva centinaia di dollari in contanti e un biglietto con un numero di telefono israeliano. Probabilmente – dicono le fonti – Israele stava segnalando al pubblico ministero che sapeva dove viveva“.

Cinque fonti che hanno familiarità con le attività dell’intelligence israeliana hanno affermato che quest’ultima spiava abitualmente le telefonate fatte da Bensouda e dal suo staff con i palestinesi. La corte infatti non poteva accedere a Gaza e alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, per cui era stata costretta a condurre gran parte delle sue ricerche per telefono. Grazie all’accesso completo all’infrastruttura delle telecomunicazioni palestinesi gli agenti dell’intelligence intercettavano le chiamate senza installare spyware sui dispositivi dei funzionari della CPI.

Una fonte dice che non c’è stata mai alcuna esitazione interna a spiare il pubblico ministero, aggiungendo: “Bensouda, è nera e africana, quindi chi se ne frega?”. Secondo una fonte israeliana, una grande lavagna in un dipartimento di intelligence israeliano conteneva i nomi di circa 60 persone sotto sorveglianza – metà dei quali palestinesi e metà provenienti da altri paesi, compresi funzionari delle Nazioni Unite e personale della Corte penale internazionale.

Secondo diversi attuali funzionari dell’intelligence isrealiana, le squadre militari di cyber-offensiva e lo Shin Bet monitoravano sistematicamente i dipendenti delle ong palestinesi e dell’Autorità Palestinese che stavano collaborando con la CPI. Lo Shin Bet aveva persino installato lo spyware Pegasus, sviluppato dal settore privato NSO Group, sui telefoni di diversi dipendenti di ong palestinesi, nonché di due alti funzionari dell’Autorità Palestinese.

L’articolo Nove anni di spionaggio, hacker e minacce: la “guerra” di Israele contro la Corte penale internazionale proviene da Agenzia Dire.

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