‘Tette fuori’ nelle vie di Bologna, ma Facebook censura manifesti di Cheap

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BOLOGNA – “Tette fuori”. Questa volta non usa giri di parole il collettivo di poster art femminista Cheap che, a Bologna, propone un nuovo intervento artistico con una serie di manifesti che hanno come soggetto principale i seni delle donne. Insieme alle affissioni dei poster per strada, le attiviste di Cheap avevano in programma anche la promozione sui social network. Tuttavia, poco dopo la pubblicazione dei contenuti, Facebook li ha rimossi perché “inappropriati”.

“Ho caricato le foto dell’affissione e dopo pochi secondi mi è arrivato l’avviso di rimozione”, spiega Sara Manfredi, tra le fondatrici del progetto di public art nato nel 2013. “Mi chiedo- ironizza con amarezza, Manfredi- come sia possibile che l’algoritmo di Facebook riesca a distinguere un capezzolo femminile da uno maschile, ritenendo poi giusto censurare solo il primo caso”. E così, mentre “gruppi neofascisti” e episodi di ‘hate speech’ spesso rimangono attivi sul social, le foto di Cheap invece spariscono. “Perché sulle copertine delle riviste o nelle pubblicità vengono mostrati seni di donne iper-sessualizzati ma è un problema il seno di una donna che allatta un bambino?”, scrivono le attiviste rivendicando la nuova affissione. In ogni caso, “lo spazio pubblico reale batte la sfera social”, vede il bicchiere mezzo pieno Manfredi, esortando ad uscire per strada per vedere le immagini non censurate.

Basta infatti camminare per alcune vie del centro storico di Bologna, per vedere i nuovi manifesti di Cheap, realizzati in collaborazione con School of Feminism, piattaforma dedita all’attivismo e alla produzione di contenuti grafici. Le grafiche, i testi e le fotografie che compongono i poster invece, sono tratte dal libro ‘Pechos Fuera’, edito in Spagna che analizza la rappresentazione dei seni nella storia dell’arte e della comunicazione visiva, accompagnandola alla riflessione politica e sociale.

Quello di Cheap è “un invito a rompere i meccanismi di censura sul seno, una racconto corale che riprende narrazioni dirette di donne che a partire dal proprio dato biografico mettono in discussione consolidati stereotipi di una cultura sessista”. I manifesti, esposti in via dell’Abbadia e in una traversa di via San Felice, sono “uno strumento in più per rivendicare il diritto all’autodeterminazione che, evidentemente, passa anche dalla liberazione dei capezzoli”, concludono le attiviste.

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